L\'utilizzo della cupola nell\'architettura religiosa normanna in \"InFolio\", n. 33 (dicembre 2016), pp. 51-56

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Deskripsi

Dicembre 2016

INFOLIO R I V I S TA D E L D O T TO R ATO D I R I C E R C A I N A R C H I T E T T U R A , A RT I E P I A N I F I C A Z I O N E D E L L’ U N I V E R S I T À D E G L I S T U D I D I PA L E R M O - D I PA R T I M E N T O D I A R C H I T E T T U R A

33 Marco Rosario Nobile Davide Cardamone, Alice Franchina, Giovanna Licari, Jessica Smeralda Oliva, Laura Parrivecchio, Federica Scaffidi, Riccardo Alongi, Alessia Garozzo, Gaia Nuccio, Valeria Megna, Tiziana Sanfilippo, Elena Trunfio, Valentina Vario, Inés Cabrera Sendra, Aliakbar Kamari, Chiara Bonanno, Giancarlo Gallitano, Xiaoxue Mei

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indice R I V I S TA D E L D O T T O R A T O di Ricerca in Architettura, Arti e Pianificazione - Università di Palermo

INFOLIO 33 *....“Il tema della Sessione Tematica”

è il tema selezionato di volta in volta dalla redazione della rivista, attraverso il quale vengono declinati gli articoli proposti per la Sessione Tematica. Per questo numero_33 il tema selezionato è:

“Post-”

Indice 03 03

Editoriale Post-: una premessa Riccardo Alongi, Alice Franchina

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Apertura Storie, parole, slogan: ardue lenti per decifrare l’attualità Marco Rosario Nobile

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Sessione Tematica “Post-”*

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Le criticità del post, il caso EXPO 2015

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Davide Cardamone

Postdemocrazia e Postmetropoli quindici anni dopo Alice Franchina

Federica Scaffidi

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Stato degli studi

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Rigenerazione Urbana

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Un paradigma progettuale possibile: la post-produzione dell’architettura Giovanna Licari

Post-Katrina New Orleans. Dalla ricostruzione alla resilienza Jessica Smeralda Oliva

Il progetto di ri-uso nella città contemporanea Laura Parrivecchio

La rigenerazione del patrimonio produttivo dismesso per la riattivazione delle risorse territoriali. Il caso delle saline di Añana in Euskadi

Riccardo Alongi

Da alminar a torre campanaria: la Giralda di Siviglia. Stato degli studi Alessia Garozzo

Guarino Guarini in Sicilia 1657(?) - 1662 Gaia Nuccio

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Ricerche Il Cantiere Navale di Palermo. Storia e architetture dalle origini al dopoguerra Valeria Megna

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indice

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Tesi La sanità militare postunitaria a Palermo: dalla Villa di Salute (1884) all’ospedale divisionario (1932) poi Michele Ferrara (1945) Tiziana Sanfilippo

L’utilizzo della cupola nell’architettura religiosa normanna. Il caso delle architetture monastiche greche nell’area dello Stretto di Messina Elena Trunfio

La committenza gesuitica e la pittura a Palermo tra XVI e XVIII secolo Valentina Vario

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Reti Arte y ciudad e altre esperienze di convegni multidisciplinari Inés Cabrera Sendra

CIB W78: 32nd international conference in “Information Technology for Construction”, Eindhoven, Netherlands, October 2015 Aliakbar Kamari

REDS 2alps2 2016 - Flowing Knowledge Federica Scaffidi

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LETTURE

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a cura di Chiara Bonanno, Giancarlo Gallitano, Giovanna Licari, Xiaoxue Mei

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FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

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INFO

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tesi

L’utilizzo della cupola nell’architettura religiosa normanna. Il caso delle architetture monastiche greche nell’area dello Stretto di Messina

Elena Trunfio

L

o studio si sviluppa attraverso due direttrici che approfondiscono da un lato le strutture monastiche greche erette tra l’XI e il XII sec. lungo le due sponde dello Stretto di Messina, e dall’altro gli aspetti tecnologici e formali delle coperture a cupola, considerate l’elemento di maggiore pregio di tali fondazioni. La ricerca offre così una nuova chiave di lettura nell’indagine del fenomeno artistico dell’Italia normanna focalizzandosi sulle strutture “basiliane”, considerate un caso particolare di contaminazione culturale. La ricerca, avvalendosi di una metodologia innovativa basata sugli aspetti costruttivi, ha voluto dimostrare come gli esempi basiliani rappresentino il punto di avvio di quel percorso di sperimentazione che culminerà nel linguaggio della Sicilia “arabo-normanna”.

Le ragioni della ricerca La ricerca vuole offrire una nuova chiave di lettura nell’indagine del fenomeno artistico dell’Italia normanna, approfondendo il tema delle chiese di rito greco fondate nei primi anni della conquista della Penisola, in un arco di tempo a cavallo tra i secoli XI e XII. Nella vicenda normanna, la promozione e il finanziamento delle strutture religiose hanno un ruolo fondamentale poiché i luoghi di culto, essendo il punto di congiunzione tra il potere centrale e la popolazione multietnica delle regioni assoggettate, rappresentano il più importante strumento politico utilizzato dai Normanni per ottenere il controllo capillare dei territori conquistati. Nella loro politica di promozione delle strutture religiose, essi favoriscono in larga misura le strutture latine, che hanno il preciso scopo di celebrare il loro potere e la centralità della Chiesa romana, ma viene dato un certo spazio anche alla fede greca grazie al finanziamento della costruzione e del restauro di impianti monastici, con il fine di recuperare le risorse agrarie e consolidare il consenso sociale funzionale alla stabilizzazione del potere. A livello storiografico tuttavia, tale vicenda architettonica, pur essendo un fenomeno complesso e riguardando la simultanea promozione del credo greco e di quello cattolico, si identifica quasi esclusivamente con la produzione basilicale latina, in particolare quella della Sicilia, dove le cattedrali di Monreale, Cefalù e Palermo sono gli esempi maggiormente conosciuti e studiati. Partendo da tale premessa, il filone di ricerca si è strutturato e circoscritto in seguito ad una approfondita ricerca bibliografica e alla definizione dello stato degli studi che, nonostante i numerosi apporti scientifici, ha evidenziato la sussistenza di alcuni dei suddetti problemi storiografici. Nel caso delle strutture normanne in Italia meridionale, infatti, sono stati pubblicati una serie di contributi che tuttavia, incentrati per lo più sui grandi

complessi basilicali siciliani e su determinati aspetti della cultura dei secoli XI e XII, non hanno tenuto in considerazione l’intreccio di relazioni e nessi che esiste tra le regioni meridionali italiane ed il resto del Mediterraneo. Troppo spesso si è cercato di isolare entro confini ben precisi gli apporti culturali derivati dalle diverse tendenze artistiche, compiendo generalizzazioni rigide e poco funzionali ad una valutazione attenta del problema. Si è quindi smaterializzato l’oggetto, lo si è classificato analizzandone i singoli elementi, perdendo di vista la complessità del tutto. Un approccio questo che, seppur l’unico possibile in mancanza di altre fonti, risulta assai rischioso perché «voler frazionare tutto un organismo in singole parti e di ciascuna ricercare tendenziosamente origini esotiche [...] è voler fare non della archeologia ma della scienza politica» (Giovannoni, 1925, 60). Si è dato così ampio risalto ai motivi di importazione, senza approfondire gli apporti della cultura tradizionale e il peso che le consuetudini costruttive locali hanno avuto nella codificazione di un linguaggio artistico così complesso. Registrata tale tendenza e convinti che le grandi cattedrali latine della Sicilia rappresentino solo una parte della storia artistica dell’Italia meridionale dei secoli XIXII, si è proceduto nello studio della produzione architettonica minore, cioè delle strutture di rito greco, annesse per lo più a monasteri, fondate in un ambito territoriale omogeneo che comprende le due sponde dello stretto di Messina, in un’area individuata tra le provincie di Messina e Reggio Calabria. Tale scelta è stata indirizzata dall’opinione che le strutture greche del periodo della Contea, rappresentando un caso emblematico di contaminazione culturale, debbano essere lette in una duplice chiave: da un lato come architetture “preparatorie”, banco di prova per soluzioni che verranno legittimate solo successivamente nelle grandi cattedrali, dall’altro come esempi aulici nella tematica

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ampia delle strutture cupolate medievali. Il vano cupolato, infatti, assume in questo scenario un ruolo particolare: qualunque sia l’iconografia o lo sviluppo degli alzati, esso rappresenta una costante in tutti gli esempi che ci sono pervenuti. Si è proceduto quindi seguendo due complementari direttrici: da un lato si è approfondito il caso peculiare delle fondazioni greche, dall’altro si è analizzato il tema delle cupole soprattutto dal punto di vista tecnologico poiché gli aspetti simbolici sono già stati ampiamente trattati dalla storiografia. Le chiese cupolate greche dell’area dello Stretto Le strutture religiose greche nell’area dello Stretto sono innanzitutto un veicolo di trasformazione territoriale generante «una nuova e originale convivenza di progettualità architettonica e urbanistica che si concretizza in un progetto di organizzazione esistenziale in cui il monastero si apre alla natura, alla vita dei religiosi e dei laici, all’organizzazione del lavoro» (Occhiato, 1985, 131). L’importanza di tali impianti è insita nella loro qualità architettonica il cui linguaggio traduce ed esprime il sincretismo culturale delle regioni meridionali, dove diverse maestranze con tradizioni costruttive e substrato culturale differente cooperano alla loro realizzazione, incoraggiate dai Conti che si spendono «nell’attento studio a non far predominare nessuno dei vari popoli colà contrastanti, nel non avere una civiltà propria da far prevalere, trovano tutte le persuasioni ad essere i maggiori fautori dell’eclettismo e a far fiorire in tutte le manifestazioni il meglio della civiltà trilingue trovata in Sicilia» (Calandra, 1938, 31). Grazie alla presenza di caratteristiche e motivi artistici omogenei, tali fondazioni sono ascrivibili all’interno di un’unica categoria artistica che spesso viene apostrofata con il termine di “architettura minore”, accezione che necessariamente deve essere considerata nel significato metrico del termine (di minori dimensioni rispetto alle cattedrali) e non nel senso di produzioni scarsamente interessanti. È sì vero che tali esempi architettonici non raggiungono mai i livelli aulici dell’archi-

tettura siciliana del XII secolo, ma è indubbio che «il loro eccezionale interesse nasce dalla constatazione che, con essi, l’architettura siciliana del periodo normanno già svela in parte il suo volto [...] dichiara già la scelta di un orientamento» (Basile,1975, 10). Fanno parte di questo gruppo una serie di piccoli impianti, purtroppo oggi molto degradati o rimaneggiati, organizzati attraverso la costante presenza di una o più cupole in mattoni e dove «l’omogeneità dei prodotti sembra giustificare l’ipotesi di una vera scuola di architetti e maestranze con precisa e marcata disciplina stilistica e tecnico-costruttiva e […] che persiste anche nelle successive età» (Bellafiore, 1990, 24) fino all’ultimo capitolo di questa tendenza, la Cattedrale di Palermo, che testimonia una continuità stilistica e persistenza di motivi propri di quella scuola. Tra gli esempi meglio conservati sono da citare le messinesi chiese di Santa Maria di Mili, dei SS. Pietro e Paolo di Agrò a Casalvecchio Siculo, dei Santi Pietro e Paolo di Itala, di Sant’Alfio a San Fratello, di San Filippo di Fragalà (Fig. 1) e le reggine chiese di Santa Maria dei Tridetti e di San Giovanni Theriste (Fig. 2), impropriamente definite “chiese basiliane”1, termine errato ma entrato nella consuetudine della letteratura. Queste fondazioni hanno elementi fortemente riconoscibili che ne permettono appunto la classificazione unitaria. Esse sono innanzitutto «caratterizzate dal rifiuto della monumentalità, dalle dimensioni ridotte degli edifici, il cui ornamento esterno, quando c’è, è affidato a giochi di tegole e mattoni» (Minuto, 1994, 57), esternamente quindi «si confondono con le case o con la roccia o la terra, nascondendosi sovente alla vista del viandante distratto» (Minuto, 1994, 57). L’aspetto legato alle dimensioni ridotte è un chiaro riferimento alla cultura bizantina, la cui tendenza è quella di «costruire un gran numero di piccole chiese nei centri minori» (Mango, 1989, 135) piuttosto che grandi impianti. Gli esempi del distretto calabro-siculo sono così caratterizzati da dimensioni planimetriche confrontabili che vanno dai 14 metri di lunghezza della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Itala ai 20 metri della chiesa di

Fig. 1. “Le chiese greche della provincia di ME”, Elaborazione a cura dell’autrice.

Fig. 2. “Le chiese greche della provincia di RC”, Elaborazione a cura dell’autrice.

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quale si innesta il paramento esterno organizzato con filari di mattoni, pietre locali e la tipica decorazione ad archi intrecciati, che sono un chiaro riferimento alla cultura islamica degli edifici omayyadi. Si realizzano qui «grandi distese screziate, porose alla luce [dove] i risalti dei piani si avvertono più sentiti per la rusticità dei materiali e le animazioni dei contrasti coloristici sono assecondate dalle cadenzate reticolature incrociate che formano ammanti ininterrotti» (Basile, 1981, 80). I materiali impiegati sono quelli reperiti in situ con la predominanza del laterizio – cotto con tempi diversi tale da crearne sfumature cromatiche di grande impatto – che è accostato alla pietra cavata, sbozzata grossolanamente, che si mescola a ciottoli e macigni fluviali ai quali si uniscono elementi lapidei di spolio. Il risultato linguistico di tale mescolanza è semplice e allo stesso tempo articolato, «l’ortografia è disinvolta» (Basile, 1975, 41) e l’effetto di grande suggestione. Percorso metodologico ll tema complesso della ricerca, non supportata da cospicue fonti archivistiche, ha necessitato di una metodologia innovativa per giungere a risultati significativi. A differenza dei contributi finora proposti, basati nella maggior parte dei casi su valutazioni di tipo formale e stilistico, l’indagine è stata condotta approfondendo gli aspetti costruttivi e tecnologici legati alla realizzazione del vano cupolato all’interno delle chiese greche dell’area di riferimento. La prima fase della ricerca si è focalizzata sullo studio della bibliografia specifica e delle fonti archivistiche superstiti con lo scopo di tracciare uno stato degli studi aggiornato per evidenziare lacune e problemi storiografici ancora oggi irrisolti. Parallelamente si sono approfondite due differenti tematiche: da un lato si è indagato l’utilizzo delle strutture cupolate nell’area mediterranea nel periodo compreso tra la dominazione bizantina e quella normanna, dall’altro si è approfondito il tema delle strutture greche erette durante il periodo degli Altavilla. Per quel che concerne le cupole, lo stato degli studi ha permesso di valutare che dal punto di vista tecnologico lo sforzo maggiore della storiografia è stato quello di rintracciare i metodi e le regole di progettazione usati in antichità. Lo studio delle tecniche costruttive ha evidentemente origini molto antiche considerato che architetti e capimastri hanno da sempre studiato dal vero le architetture a loro precedenti, si sono formati riproducendone i disegni e ne hanno così tratto i segreti e le regole di progettazione. Nonostante la storia dell’architettura possa vantare buone fonti trattatistiche, studi sistematici sulle strutture cupolate medievali si hanno solo a partire dall’Ottocento, in seguito all’approfondimento degli studi scientifici sulla meccanica delle costruzioni. Recentemente, a partire dagli anni Ottanta, si assiste ad un progressivo interesse per lo studio delle tecniche costruttive antiche e medievali. Grazie alla fondazione nel 1980 della Construction History Society in Inghilterra e, successivamente, in altri paesi come la Spagna, l’I-

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Agrò. Accanto alle piccole dimensioni, altro importante motivo è rappresentato dalla consistenza materica «caratterizzata dall’irruenza carnosa e cromatica dei fitti» (Zevi, 1997, 37). Queste fondazioni sono, infatti, peculiari proprio per l’utilizzo esclusivo del mattone che ne amplifica il legame col territorio, che li rende esempio di «perfetto inserimento nel paesaggio e non mimesi banale» (Zevi, 1997, 266). L’impostazione planimetrica interna, sottoposta alle regole del rito, è caratterizzata dalla presenza di un bema – spazio centrico destinato al clero assimilabile al presbiterio latino – sormontato da una o più cupole e affiancato da due nicchie per i servizi liturgici, la prothèsis e il diaconicòn, la prima costituita da un piccolo altare posto a sinistra di quello principale destinato alla preparazione dei Sacri Doni, il secondo, impostato a destra, riservato ad accogliere i paramenti dell’officiante. Lo spazio interno è «centripeto piuttosto che longitudinale, ed è organizzato gerarchicamente: partendo dalla cupola, esso, per così dire, discendeva alle volte, si diffondeva nel bema e nell’abside, e finalmente arrivava a terra» (Mango, 1989, 135). Che si tratti di impianti ad un’unica navata, come ad esempio Santa Maria di Mili e San Giovanni Therestis, o a tre navate come SS. Pietro e Paolo di Agrò a Casalvecchio Siculo o Santa Maria dei Tridetti, l’impostazione tripartita del presbiterio è sempre presente poiché è questo il fulcro spirituale e geometrico di tali edifici ed è proprio questo articolato sistema, rispondente ad esigenze religiose e funzionali, che determina la percezione degli spazi interni. Escludendo gli impianti di Frazzanò e San Giovanni, organizzati a T con unica navata molto allungata, le piante di queste chiese si caratterizzano per la rielaborazione del modello dell’aula cristiana in cui navate e transetto vengono racchiusi entro lo stesso perimetro senza che l’ultimo sia visibile all’esterno, di cui l’esempio più aulico è nella chiesa di Agrò, dove vi è la fusione tra una simmetria centrica ed una assiale. È da segnalare, inoltre, un ulteriore elemento planimetrico, riconducibile questa volta alla tradizione latina, cioè il coro a gradoni definito benedettino-cluniacense (Bozzoni, 1974, 289). Questo elemento è riscontrabile nel San Giovanni di Bivongi, in Santa Maria dei Tridetti, nel Duomo di Gerace e nelle chiese siciliane di Agrò e di Itala. Su questi volumi si innalzano le coperture a cupola, elemento caratteristico, intimo e concluso, la cui vista ai fedeli è sempre impedita dalla presenza della barriera iconoclastica ad eccezione della cupola maggiore di Agrò che, posta al centro della navata, è apprezzabile anche dai praticanti. La posizione periferica destinata alla cupola amplifica l’autonomia dell’elemento che appartato nella sua «vita propria, avvolgendosi nel suo ritmo chiuso, [...] solo nell’aspetto dell’esterno la sua espressione architettonica si articola e si integra in una lettura globale con il corpo delle navate» (Basile, 1981, 77). L’organizzazione degli alzati è affidata a una muratura di conglomerato cementizio di laterizi e pietrame sulla

talia e gli Stati Uniti, si iniziano a compiere studi monografici sulla tecnologia dell’edilizia storica. Relativamente ai processi costruttivi antichi «non esistono guide di riferimento e le bibliografie specifiche sono scarse. Non ci sono edizioni critiche dei principali trattati di costruzione [...] e non è stata sviluppata alcuna metodologia specifica ma ogni studio è polarizzato, dal punto di vista dell’autore» (Primo Congresso Internazionale di Storia delle Costruzioni, Madrid 20-24 gennaio 2003). Questa è la premessa che apre il primo Congresso Internazionale di Storia delle Costruzioni nei cui atti ricorre continuamente l’approfondimento sulle cupole e sulla stereotomia, che sarà ripreso in maniera sistematica in occasione dei convegni successivi. Sulla scorta dei congressi della Construction History Society, nel campo della storia medievale sono i ricercatori spagnoli a fornire interessanti contributi grazie all’approfondita campagna di studi sulla tecnologia delle strutture voltate che si sta portando avanti negli ultimi decenni. Uno dei riferimenti più aggiornati in tal senso è Santiago Huerta con la sua monografia Arcos, bóvedas y cúpulas. Nonostante l’interesse maturato negli ultimi decenni, questi contributi, come afferma lo stesso Huerta, rappresentano solo una prima riflessione su un tema molto complesso ed esteso, che dovrà essere oggetto di numerosi approfondimenti in grado di chiarire dubbi, avanzare ipotesi e infine esaurire i possibili percorsi di ricerca. Parallelamente all’indagine costruttiva e tecnologica relativa alle cupole medievali, si sono rintracciati gli esempi architettonici ascrivibili alla stagione basiliana nell’area di riferimento, e si è proceduto con un approfondimento specifico su tre fondazioni, due per la Sicilia e uno per la Calabria, individuate sia per le loro peculiari caratteristiche artistiche sia per ragioni di tipo cronologico. I tre casi studio presi in esame sono: Santa Maria di Mili San Pietro (ME), SS. Pietro e Paolo di Agrò a Casalvecchio Siculo (ME) e, infine, San Giovanni Theriste a Bivongi (RC). Di questi esempi si sono ricercate vicende storiografiche e aspetti costruttivi. Si è infine indagato con maggiore attenzione e approfondimento il vano cupolato dal punto di vista costruttivo e formale, portando avanti confronti sia con le architetture fatimide dell’area mediterranea sia con le fondazioni precedenti alla stagione normanna nell’area di riferimento. I risultati L’indagine particolare condotta sul vano cupolato ha portato a risultati significativi poiché la zona di transizione consente di tracciare un itinerario variegato e ampio, visto che ogni cultura ha sperimentato e affinato differenti soluzioni che rivelano ancora oggi le capacità tecniche, le influenze e le conoscenze vantate dai costruttori che le realizzano. Le cupole dell’area dello Stretto sono tutte autoportanti, frutto della sovrapposizione di anelli concentrici di mattoni disposti di testa, dove una lenza – fissata ad un’asta verticale posta in posizione baricentrica – traccia gradualmente l’angolo della curvatura della calotta; una tipologia di copertura

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dalle origini antiche, con numerosi esempi di applicazione riscontrabili in età classica in siti greci, romani e del Vicino Oriente. È stato possibile valutare come alle soglie dell’XI secolo, in tutto il bacino del Mediterraneo la tecnica delle cupole autoportanti è ben diffusa, indipendentemente dal materiale da costruzione utilizzato, registrandosi anche in Italia meridionale tanto l’uso del laterizio quanto quello della pietra, il primo individuato nelle fondazioni dell’area dello Stretto, il secondo utilizzato nelle fondazioni pugliesi e in quelle siciliane della Val di Mazara. La combinazione di una tecnica come quella delle cupole portanti insieme all’utilizzo di un materiale facilmente lavorabile e, nel complesso con una buona risposta statica, rivela l’esistenza di una tradizione costruttiva ben consolidata, ma che costituisce solo il punto di partenza per la sperimentazione di un linguaggio “altro”, che utilizza di fatto tecniche e motivi già adoperati per compierne una rielaborazione attraverso combinazioni innovative. Anche il gruppo di fondazioni prese in esame presenta una raffinata organizzazione della zona di transizione e, che si guardi alle chiese greche dello Stretto o a quelle della Val di Mazara, che si tratti di mattoni o pietra, la scelta tipologica del raccordo è univoca2 e indirizzata esclusivamente alle trombe, che saranno poi declinate attraverso differenti motivi geometrici, in base all’abilità e la familiarità delle maestranze rispetto a questo elemento costruttivo. È stato inoltre possibile notare come nel gruppo di fondazioni prese in esame, la zona di transizione si configura non solo come espediente tecnico e statico per la risoluzione del problema dell’imposta della cupola, ma diviene momento di sperimentazione pittorica per arricchire con riseghe ed ombre uno spazio spesso scarno dal punto di vista decorativo. Nel panorama ampio delle fondazioni greche si sono individuate in uso tre categorie di applicazione del raccordo a tromba. La prima, quella più diffusa, è rappresentata dai raccordi a cuffia angolare, detti anche a nicchia, il cui uso è riscontrabile tanto nell’Area dello Stretto quanto nel Val di Mazara. Questa tipologia di trombe è realizzata attraverso l’uso di nicchie aggettanti, semicilindriche, a filari orizzontali e coperte da un quarto di sfera, sulle quali si antepongono uno o più archi. Tale impostazione è un modello diffuso in tutta l’Africa settentrionale, dove raccordi angolari di questo tipo sono riscontrabili nelle cupole poste davanti al mihrab delle moschee di Susa, Sfax ed El Kef (Basile, 1975, 112). Nell’area di riferimento, per la sponda calabrese, si hanno trombe a nicchia nelle chiese di San Giovanni a Bivongi e nella vicina Santa Maria de’ Tridetti a Staiti, nella Sicilia orientale lo schema è presente a San Fratello nella Chiesa dei SS. Alfio e Cirino e a Itala nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo, mentre nel palermitano i raccordi a nicchia sorreggono le cupole di San Cataldo e della Cappella di SS. Filippo e Giacomo presso il Castello della Favara. Accanto al raccordo a cuffia, la seconda tipologia più frequente è rappresentata dai

Alla luce di queste considerazioni, si ritiene che le fondazioni greche rappresentino il primo modello di sperimentazione per lo sviluppo del linguaggio dell’architettura siciliana del Regno, rispetto ad esse è necessario dunque compiere una rivalutazione complessiva, poiché sono il punto di partenza di quel Rinascimento4 culturale che l’Italia meridionale ha vissuto ancor prima del Cinquecento. Le chiese greche non possono essere più relegate ad un ruolo marginale all’interno della complessa ricerca delle radici della cultura “arabo-normanna”, un termine problematico peraltro, caratterizzato sì da una potenza evocativa molto forte ma che limita altrettanto fortemente la definizione dello scenario variegato a cui si riferisce. Aggettivare l’una o l’altra componente non fa che distogliere l’attenzione dalla realtà dei fatti, la realtà di un mondo complesso che suscita ancora oggi curiosità e numerose domande le cui risposte sono ancora lontane dall’essere pienamente esaustive. Note

Il termine “basiliano”, seppur entrato nella consuetudine della letteratura, è errato e frutto di una generalizzazione troppo vasta che vuole tutte le chiese di fondazione greca in periodo normanno assoggettate all’ordine di San Basilio. Il monachesimo greco non ha le stesse caratteristiche di quello latino, cioè non riconosce un padre fondatore e riunisce i propri religiosi in corporazioni più vaste. L’aggettivo viene usato per la prima volta nel 1382 in uno scritto di Cipriano Archimandrita del Monastero di San Giovanni Therestis (RC), che lo riferisce genericamente e indistintamente a tutti i monaci italo-greci. Chiarito ciò, vista la consuetudine nell’uso, il termine verrà comunque riproposto in tutta la trattazione. Cfr. Ziparo Lacava F.D. (1977), Dominazione bizantina e civiltà basiliana nella Calabria Prenormanna, Parallelo 38, Reggio Calabria, p. 33. 2 Per la Calabria, all’interno del filone delle chiese basiliane, si registra inoltre la presenza del pennacchio nella Cattolica di Stilo e nella chiesa di San Marco a Rossano che, pur sorgendo nel periodo normanno, mantengono intatti i caratteri delle chiese a quiconce bizantine. Queste replicano tipologie consolidate in Oriente in cui la cupola emisferica, posta su uno spazio centrale, si innalza su un tamburo cilindrico che si apre su quattro sostegni a pilastro o a colonna. Anche in questo caso è evidente il rapporto tra il cerchio d’imposta del tamburo cilindrico e la base quadrata del modulo spaziale centrale, ma viene risolto con la più tradizionale tipologia dei pennacchi. 3 Non sono segnalati o conosciuti altri esempi italiani ricoperti con volte alveolate per cui, fino a prova contraria, Agrò rappresenterebbe il primo caso di applicazione di tale motivo, poi ripreso nelle costruzioni palermitane. 4 Il «grande Rinascimento è uno dei rinascimenti medievali». Cfr. Le Goff J.(2007), Alla ricerca del Medioevo, Laterza, Bari, p. 40. 1

Bibliografia

Basile F. (1975), L’architettura della Sicilia Normanna, Cavallotto, Catania. Basile F. (1981), Annotazioni sui problemi dell’architettura siciliana dei secoli XI e XII, Quaderni dell’Istituto dipartimentale di

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raccordi a trombe coniche dette anche ad archi digradanti, organizzati attraverso un sistema di archi di raggio crescente posti diagonalmente in corrispondenza degli spigoli e aggettanti l’uno sull’altro o formanti una superficie continua semiconica, che consentono di trasformare il quadrato di base in un ottagono o in poligoni con numero sempre maggiore di lati. Le trombe coniche sono anche dette trombe persiane poiché è proprio nella Persia sasanide che si sono registrati i primi esempi di tale sperimentazione. Trombe coniche sono così visibili nella chiesa di Santa Maria di Mili, nella cupola maggiore della chiesa di Agrò e nel Duomo calabrese di Gerace. La scelta di tale modello è esclusiva per le fondazioni in mattoni, materiale più idoneo rispetto alla pietra per l’articolazione di tale soluzione. Chiude la sequenza dei raccordi angolari la tipologia della tromba semplice ad archi anteposti, riscontrabile esclusivamente nelle chiese in pietra della Val di Mazara. Questi raccordi sono assimilabili geometricamente ad una porzione di volta a crociera tagliata lungo la diagonale. All’arco della tromba si sovrappongono poi uno o più archi concentrici ma con raggio maggiore, impostati su piedritti aggettanti. Questa soluzione è la più diffusa nella Sicilia occidentale e si riscontra nelle chiese della SS. Trinità di Delia, di San Giovanni dei Lebbrosi, San Giovanni degli Eremiti, nella Cubula di Palermo e infine nella Cappella della SS. Trinità del Castello della Zisa. Accanto alle tipologie sopraelencate, riflessione a parte meritano sicuramente i raccordi utilizzati per il sostegno della cupola minore di Agrò, che offre la soluzione più ardita e raffinata di tutto il panorama delle chiese normanne italiane. In questo caso infatti la calotta è sorretta da raccordi ottenuti attraverso una ritmica ripetizione di alveoli aggettanti, dal profilo archiacuto, che progressivamente generano una maglia ottagonale sulla quale si imposta la volta. La riproduzione sistematica di un unico elemento costruttivo, richiama la filosofia dei muqarnas, di cui la chiesa di Agrò potrebbe offrire il primo esempio di applicazione in Italia3. Se infatti i muqarnas in pietra nel Castello della Zisa (1165-67) rappresenterebbero gli esempi più antichi in pietra dell’applicazione dei muqarnas nell’architettura islamica (Behrens Abouseif, 1994, 285-312), la presenza degli alveoli in mattoni nella chiesa di Agrò appare parecchio significativa. Seppur si tratti di una chiesa di modeste dimensioni e in un territorio abbastanza periferico, i costruttori di Agrò scelgono nel 1117, di applicare una tecnica complessa per organizzarne le coperture per cui gli alveoli della chiesa basiliana rappresentano, allo stato odierno dei fatti, il primo caso di applicazione di muqarnas in Sicilia che, sperimentato in laterizio, potrebbe avere in qualche modo rappresentato un modello per le successive realizzazioni in pietra dell’area palermitana. Tale affermazione, unitamente alla qualità architettonica ed estetica, non fa altro che confermare, ancora una volta, l’importanza delle strutture basiliane nel panorama dell’architettura mediterranea dell’XI e XII secolo.

architettura e urbanistica dell’Università di Catania, n.12. Behrens Abouseif D. (1994), “Sicily, the missing link in the evolution of cairene architecture”, in Vermeulen U. (ed.), Egypt and Syria in the Fatimid, Ayyubid and Mamluk eras, Proceedings of the 1st, 2nd and 3nd International colloquium organized at the Katholieke Universiteit Leuven in May 1992, 1993 and 1994. Bellafiore G. (1990), Architettura in Sicilia nell’età islamica e normanna (827 - 1194), Lombardi, Palermo. Bozzoni C. (1974), Calabria Normanna. Ricerche sull’architettura dei secoli undicesimo e dodicesimo, Officina Edizioni, Roma. Calandra E. (1938), Breve storia dell’architettura in Sicilia, Laterza, Bari. Giovannoni G. (1925), La tecnica delle costruzioni presso i Romani, Arte illustrata, Roma. Huerta S. (2004), Arcos, bóvedas y cúpulas, Istituto Juan de Herrera, Madrid. Le Goff J.(2007), Alla ricerca del Medioevo, Laterza, Bari. Mango C. (1989), Architettura bizantina, Electa, Milano. Minuto D. (1994), Conversazione su territorio e architettura nella Calabria Bizantina, Pontari, Reggio Calabria. Occhiato G. (1985), Robert de Grandmesnil: un abate architetto operante in Calabria nel XI secolo, Calabria Bizantina. Testimonianze d’arte e strutture di territori, Atti dell’VIII e IX

INDICE DELLA RICERCA L’UTILIZZO DELLA CUPOLA NELL’ARCHITETTURA RELIGIOSA NORMANNA. IL CASO DELLE ARCHITETTURE MONASTICHE GRECHE NELL’AREA DELLO STRETTO DI MESSINA Premessa 1. L’utilizzo delle cupole nel Medioevo 1.1. Le cupole nel Medioevo. Stato degli studi 1.2. Tradizioni costruttive nelle cupole medievali mediterranee 2. Le chiese cupolate tra l’XI e XII secolo nell’Italia meridionale 2.1 La diffusione della cupola prima della conquista normanna in Italia meridionale. Alcune considerazioni 2.2 Il contesto di riferimento: ruolo e significato delle strutture religiose greche nell’area dello Stretto 2.3 Chiese greche del periodo greco in Calabria e Valdemone. Stato degli studi 3. Le chiese cupolate tra la Calabria e la Sicilia: tre casi studio 3.1 La chiesa di Santa Maria di Mili S. Pietro (ME) 3.2 La chiesa di San Giovanni Theriste a Bivongi (RC) 3.3 La chiesa dei SS. Pietro e Paolo di Agrò a Casalvecchio Siculo (ME) 4. Le chiese cupolate in mattoni dell’area dello Stretto 4.1 L’utilizzo del mattone nell’area dello Stretto tra l’XI e il XII secolo 4.2 Le cupole in mattoni 4.3 Premessa 4.4 La struttura del vano cupolato 5. L’eredità delle fondazioni greche. Tradizioni, innovazioni e persistenza dei segni 5.1 L’apporto della cultura greca nella formazione del linguaggio della Sicilia del XII e XIII secolo Bibliografia

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Incontro di Studi Bizantini, Reggio Calabria. Orsi P. (1929), Le chiese basiliane della Calabria, Vallecchi, Firenze. Zevi B. (1997), Storia e controstoria dell’architettura in Italia, Newton, Roma. Ziparo Lacava F.D. (1977), Dominazione bizantina e civiltà basiliana nella Calabria Prenormanna, Parallelo 38, Reggio Calabria.

INFOLIO Dipartimento di Architettura

Viale delle Scienze, Edificio 14, Edificio 8 - 90128 Palermo tel. +39 091 23864211 - Fax +39 091 488562 [email protected] - [email protected] (pec)

RIVISTA DEL DOTTORATO DI RICERCA IN ARCHITETTURA, ARTI E PIANIFICAZIONE DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PALERMO - DIPARTIMENTO DI ARCHITETTURA

IN QUESTO NUMERO... POST-: UNA PREMESSA Riccardo Alongi, Alice Franchina

IL CANTIERE NAVALE DI PALERMO. STORIA E ARCHITETTURE DALLE ORIGINI AL DOPOGUERRA

STORIE, PAROLE, SLOGAN: ARDUE LENTI PER DECIFRARE L’ATTUALITÀ Marco Rosario Nobile LE CRITICITÀ DEL POST, IL CASO EXPO 2015 Davide Cardamone POSTDEMOCRAZIA E POSTMETROPOLI QUINDICI ANNI DOPO Alice Franchina UN PARADIGMA PROGETTUALE POSSIBILE: LA POST-PRODUZIONE DELL’ARCHITETTURA Giovanna Licari POST-KATRINA NEW ORLEANS. DALLA RICOSTRUZIONE ALLA RESILIENZA Jessica Smeralda Oliva IL PROGETTO DI RI-USO NELLA CITTÀ CONTEMPORANEA Laura Parrivecchio LA RIGENERAZIONE DEL PATRIMONIO PRODUTTIVO DISMESSO PER LA RIATTIVAZIONE DELLE RISORSE TERRITORIALI. IL CASO DELLE SALINE DI AÑANA IN EUSKADI Federica Scaffidi RIGENERAZIONE URBANA Riccardo Alongi DA ALMINAR A TORRE CAMPANARIA: LA GIRALDA DI SIVIGLIA. STATO DEGLI STUDI Alessia Garozzo GUARINO GUARINI IN SICILIA 1657(?) - 1662 Gaia Nuccio

Valeria Megna LA SANITÀ MILITARE POSTUNITARIA A PALERMO: DALLA VILLA DI SALUTE (1884) ALL’OSPEDALE DIVISIONARIO (1932) POI MICHELE FERRARA (1945) Tiziana Sanfilippo L’UTILIZZO DELLA CUPOLA NELL’ARCHITETTURA RELIGIOSA NORMANNA. IL CASO DELLE ARCHITETTURE MONASTICHE GRECHE NELL’AREA DELLO STRETTO DI MESSINA Elena Trunfio LA COMMITTENZA GESUITICA E LA PITTURA A PALERMO TRA XVI E XVIII SECOLO Valentina Vario ARTE Y CIUDAD E ALTRE ESPERIENZE DI CONVEGNI MULTIDISCIPLINARI Inés Cabrera Sendra CIB W78: 32ND INTERNATIONAL CONFERENCE IN “INFORMATION TECHNOLOGY

FOR

CONSTRUCTION”,

EINDHOVEN,

NETHERLANDS, OCTOBER 2015 Aliakbar Kamari REDS 2ALPS2 2016 - FLOWING KNOWLEDGE Federica Scaffidi LETTURE a cura di Chiara Bonanno, Giancarlo Gallitano, Giovanna Licari, Xiaoxue Mei

Con il numero 33 di inFolio, si consolida la nuova fase della rivista che riesce a spaziare da temi propri della pianificazione urbana e territoriale, a temi più strettamente legati alla storia dell’arte e all’architettura. Tale ampio ventaglio disciplinare è ben legato con la scelta, per la sessione tematica, della parola-chiave “Post-”, la quale viene assunta quale filo conduttore di tutti i contributi degli autori, ma declinata attraverso i temi “cari” alle proprie discipline. Si affiancano poi i contributi relativi allo stato degli studi, alla ricerca e alle tesi, che possono interpretarsi come un resoconto dell’attività dei dottorandi nel corso del triennio di studio. Sia i lavori in fieri, che gli esiti, si configurano quale momento di riflessione e confronto in merito alle dinamiche che riguardano tanto la disciplina urbanistica, che l’architettura e la storia del patrimonio artistico-architettonico.

ISSN 1828-2482

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