Marco Rufini, \"I rapporti tra creazione letteraria e storia: come i romanzieri/letterati hanno affrontato temi storici\"

May 23, 2017 | Penulis: F. Di Sorbello | Kategori: Trecento, Italian Trecento
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WORKING PAPERS OF THE UGUCCIONE RANIERI DI SORBELLO FOUNDATION N. 8

I capitani di ventura. Guerra e società nell’Italia centrale del Trecento. A cura di Stefania Zucchini

Atti del convegno I capitani di ventura. Guerra e società nell’Italia centrale del Trecento, Perugia 5 maggio 2006

MARCO RUFINI

I rapporti tra creazione letteraria e storia: come i romanzieri/letterati hanno affrontato temi storici «“Napoleone! Che razza di nome è? – chiese il Cappellano, – certo costui sarà un qualche scismatico”. “Sarà uno di quei nomi che vennero in moda da poco a Parigi, – rispose il Capitano […]”. “Bonaparte! Buonaparte! – mormorava monsignor Orlando. – Sembrerebbe quasi un cognome dei nostri!”. “Eh! c’intendiamo! Mascherate, mascherate, tutte mascherate! – soggiunse il Capitano. – Avranno fatto per imbonir noi a buttar avanti quel cognome; oppure quei gran generaloni si vergognano di dover fare una sì trista figura e hanno preso un nome finto, un nome che nessuno conosce perché la mala voce sia per lui. È così! È così certamente. È una scappatoia della vergogna!... Napoleone Bonaparte!... Ci si sente entro l’artifizio soltanto a pronunciarlo, perché già niente è più difficile d’immaginar un nome ed un cognome che suonino naturali. Per esempio avessero detto Giorgio Sandracca, ovverosia Giacomo Andreini, o Carlo Altoviti, tutti nomi facili e di forma consueta: non signori, sono incappati in quel Napoleone Bonaparte che fa proprio vedere la frode!”. Si decise adunque al castello di Fratta che il general Bonaparte era un essere immaginario… un nome vano immaginato dal Direttorio… Ma 1 due mesi dopo quell’essere immaginario… entrava in Milano» .

Ecco un esempio particolarmente colorito di come il letterato si può rapportare alla storia (a parte tutto oggi è il 5 maggio). L’autore è Ippolito Nievo, che si burla delle autorità assai provinciali imperanti sullo sperduto castello di Fratta. Ma credo che i suoi strali mirino più in profondità, volendo colpire la 1

I. Nievo, Le Confessioni d’un italiano, prefazione di E. Cecchi, Torino 1964, p. 335.

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tendenza a minimizzare per ignavia, inettitudine e faciloneria i segnali che annunciano l’ascesa verso un potere dittatoriale di superuomini mandati dal destino, quegli “io assoluti” alla cui razza appartengono anche i vari Hitler e Mussolini. Ma a guardar meglio mi pare che il bersaglio ultimo di Nievo sia proprio Napoleone, una leggenda che si andava facendo sempre più epicheggiante e roboante, colossal pure nella disfatta, e ciò per merito primario di coloro che ci scrivevano su. Questo processo di mitizzazione, di cui ognuno di noi è stato un po’ vittima almeno a livello scolastico, non è certo da imputare ai soli letterati. Abbiamo visto infatti che Ippolito Nievo tende a smitizzare con l’ironia la titanica genialità dell’eroe corso, mentre Tolstòj, come vedremo meglio in seguito, addirittura lo ridicolizza, considerandolo un superbluff, e colpisce col suo sarcasmo neanche tanto sottile quegli storici zelanti che avevano manipolato i fatti offrendo ai posteri interpretazioni strumentali e retoriche della parabola napoleonica. C’è chi ritiene, dunque, come si deduce da questi primi indizi, che il romanzo possa offrire a volte una ricostruzione dei fatti più prossima alla verità, sia pure nella sua veste d’incursore occasionale e fantasioso in un mondo, in un periodo storico o nella vita di un grande personaggio. Questo può accadere forse grazie alla sua maggiore libertà, alla costituzionale irriverenza, ma può dipendere anche dallo speciale talento del narratore di turno, come fa intendere lo stesso Nievo in questo passo: «Bah, un romanzo!... che cos’è un romanzo?... Nulla… meno che nulla – un perditempo, una fiaba, un sogno; genere falso, sintomo di decadimento, figlio aborticcio d’immaginazioni ammalate. – È vero, avete ragione; gridate anatema e protestate… ma intanto?... Intanto il romanzo […] va innanzi a testa alta, col cigaro in bocca e il cappello sull’orecchio, diritto, sbirciando dall’alto in basso col suo sorriso provocatore i puristi, i doganieri, i pedanti. Vegliate pure a’ confini, prescrivete un cordone sanitario, chiedetegli la sua carta di legittimità, negategli il diritto di cittadinanza, banditegli

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l’ostracismo, il romanzo s’infischierà di tutte le vostre precauzioni; frivolo o spassionato, pensieroso o burlone, voi lo troverete dappertutto e con tutti […]. Voi credete di distruggerlo, e invece lo moltiplicate; strozzato come libro, rinasce come appendice; condannato dalla critica, detronizza la critica, e installandosi nel pianterreno della gazzetta, attrae a sé l’attenzione, che dovrebbe volgersi esclusivamente sulle complicazioni politiche, sul listino de’ cambi e le discussioni economiche del paese…»2.

Una paginetta molto attuale e rivelatrice, nella quale si manifesta la volontà un po’ animosa del letterato di recuperare un primato di audience fortemente minacciato dalla politica e dalla finanza, due forze che vanno facendola sempre più da padrone anche nel contesto della cronaca e dell’informazione. In questo passo, per di più, compare il termine “confini”, particolarmente pertinente rispetto al tema che mi è stato assegnato nella giornata di oggi. Qual è il confine tra storia e letteratura? Esiste tra le due discipline una separazione netta? Di certo si sono verificate nel tempo e si verificano tuttora ripetute e reciproche invasioni di campo, sconfinamenti, appunto. D’altro canto non si può che registrare come ai giorni nostri si sia andata diffondendo fino all’eccesso una tendenza generalizzata all’ibridazione, per cui le identità si mescolano e spesso si dissolvono nella contaminazione e nella fusion. Sì, il parallelo con la musica o con le arti figurative mi pare efficace, ma esso può allargarsi ad altri campi, ivi compresa la dimensione etnica, per cui gran parte del mondo sta diventando una sorta di stimolante ma assai complesso melting pot. Su queste tendenze e manifestazioni, sebbene riferite strettamente al rapporto storiografia-letteratura, cercherò di offrire qualche esempio significativo e qualche elemento di valutazione, 2

I. Nievo, Ciancie letterarie. I. Romanzi e drammi, in Tutte le opere narrative di I. Nievo, a cura di F. Portinari, II. Le confessioni d’un Italiano. Scritti vari, Milano 1967, pp. 799-805: pp. 803-804.

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andando in particolare a caccia di indizi su come letterati e romanzieri hanno affrontato i temi storici. Un esempio illuminante del rapporto, spesso indecifrabile e fascinosamente ambiguo, fra storia e romanzo resta uno dei capolavori per eccellenza, Guerra e pace, che ci fa gioco in questa sede anche per proseguire nel riferimento d’occasione a Napoleone. Lì dentro Tolstòj se la prende con tutti, si diverte a stupire e dare scandalo: «Per quale ragione e come venne data e accettata battaglia a Borodinò? […] Il suo risultato più immediato fu, e doveva essere, che con essa noi russi accelerammo ancor di più la distruzione di Mosca […], e i francesi accelerarono anch’essi la distruzione di tutta la loro armata […]. E ciononostante, l’intelligente ed esperto Kutùzov accettò quella battaglia. Mentre Napoleone, il geniale condottiero, come è uso definirlo, dette battaglia, perdendo un quarto dell’armata e allungando ancora di più il suo fronte. Dando e accettando battaglia a Borodinò, Kutùzov e Napoleone agirono in modo insensato […]. E soltanto poi, a fatto compiuto, gli storici addussero prove abilmente congegnate, e parlarono della gran previdenza e della genialità dei due condottieri, i quali furono invece, di tutti gli strumenti involontari degli avvenimenti di questo mondo, quelli che operarono nel più servile e nel meno arbitrario dei modi»3.

Quanto sarcasmo! Chiaramente Tolstòj detesta Napoleone e vuole sconfiggerlo sul terreno di carta in cui è maestro. Una ferocissima vendetta russa, ma anche il risentimento di un uomo nobile e colto che aborrisce la guerra, tanto che qualcuno ha affermato l’autore di Guerra e pace essere un convinto e illuminato pacifista ante litteram. Il passo sopra riportato ne contiene più di un indizio. 3

L. Tolstòj, Guerra e Pace, a cura di I. Sibaldi, Milano 1999, pp. 1174-1175.

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Come anticipato prima, questo grande letterato usa inoltre la sua arte per smascherare la presunta oggettività e imparzialità degli storici, ritenendoli colpevoli di celebrare un tiranno ambizioso e sanguinario, che per di più ha commesso il sacrilegio di distruggere Mosca. Forse lo indispettisce anche il fatto che questa celebrazione prosegua nel tempo, nonostante una fatale e inevitabile caduta, nonostante il fallimento delle mire iperboliche e le migliaia di morti sulla coscienza. Sempre sul sofferto rapporto storiografia/letteratura, Heinrich Boell, prendendo spunto a sua volta da Guerra e pace, si esprime così: «Io non credo alla concorrenza tra scienza, qualunque essa sia, e letteratura. La letteratura compie a modo suo il tentativo di avvicinamento in quanto incorpora nella materia storica personaggi che “non hanno fatto storia”. Si riducano pure le distanze, il desiderio del lettore contemporaneo di sbarazzarsi della storia, di considerarla “sistemata”, cui corrisponde una massa sempre crescente di storia vissuta e sovrastante, è comprensibile. Il bisogno di contemporaneità è grande, l’avversione alla storia cresce come l’avversione alla teologia e la domanda di religiosità e di mito, spesso difficilmente riconoscibile e talvolta celata in travestimenti “perversi”. Con questa saturazione storica è probabilmente connessa la spinta verso nuove forme espressive, verso l’opera d’arte permanente, che si muta a ogni scatto della lancetta dei secondi e pure resta, trascesa la sua caducità in sostanza immutabile»4.

Un’enunciazione che regala spunti buoni per riflettere a lungo e in profondità; una visione complessa e insieme semplice che si commenta da sola. Che cos’è la classicità? Quanto è 4

H. Boell, Tentativo di avvicinamento. Considerazioni sul romanzo Guerra e pace di Tolstòj, in Tolstòj oggi, a cura di S. Grociotti e V. Strada, Firenze 1980, saggio apparso originariamente con il titolo Annahrungsversuch, in H. Boell, Neue politische und literarische Schriften, Köln 1973.

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importante l’immedesimazione del lettore nelle vicende e nei personaggi? Quanto conta la sua facoltà di esercitare un approccio critico personalizzato al testo letterario? Temi qui espressi per flash da quello stesso autore che ha dichiarato: «la lettura di Guerra e pace spiega il muro di Berlino». Senza scordare che Boell ha affermato a sua volta di vedere in Tolstòj un atteggiamento fermamente contrario alla guerra, intesa come «un’assurda e sanguinosa ridicolaggine, incarnata nella ridicolaggine di Napoleone». L’autonomia di giudizio di Tolstòj si spinge fino allo scandalo. Certamente egli è capace di vedere le cose dall’alto, in modo prospettico, come se stesse sopra un’ideale mongolfiera, ma anche di entrare nel profondo dei personaggi e degli eventi, animarli come una sorta di spirito santo. Coglie così la miseria di comportamenti e avvenimenti che riempiono di sé le cronache quotidiane e molti libri, come sottolinea mirabilmente Igor Sibaldi: «Il conte Tolstòj gioca a scacchi con il lettore inventandosi le regole della partita»5. E ancora, Guerra e pace è un’infinità di cose, «cronaca familiare, trattato storiografico, pamphlet, testo filosofico e addirittura discorso diretto dell’autore, in prima persona, in una esplicita, continua, oltraggiosa professione di anomia estetica. E al contempo non cessa mai, neppure per un momento, di porsi come romanzo: là dove diventa storiografia, adopera il materiale storico con la libertà (che agli storici apparve mistificazione) del romanziere inventore di realtà […]». Sibaldi ribadisce che in un quadro siffatto, in un mondo sublime creato e regolato dall’artista, «appaiono veramente insensati e raccapriccianti tutti coloro che nel mondo di ‘qui’ sono convinti di aver trovato il senso sufficiente e necessario: tutti, 5

I. Sibaldi, Introduzione, in Tolstòj, Guerra e Pace, p. X. Le citazioni che seguono sono tratte rispettivamente dalle pp. X, XI, XIII e XIV.

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generali, imperatori, cortigiani, storici, filosofi, religiosi». E così «Napoleone è bocciato, va da sé: il suo ruolo nell’opera è quello di rappresentare ufficialmente e per l’eternità la spaventosa e immensa categoria dei bocciati dell’universo. […] Ma Napoleone non lo sa, non lo seppe mai, credette sempre di essere il primo della classe addirittura: e non seppero, non sanno e probabilmente non sapranno mai della sua bocciatura i suoi storici, i suoi ammiratori, i più, ivi inclusa la totalità dei lettori stessi prima di accostarsi all’opera – poiché in tutto ciò che Tolstòj dice della bocciatura di Napoleone è ben netta la certezza di star sorprendendo e sgomentando chi legge». Ma «La categoria dei bocciati governa il mondo», conclude il critico con ironica amarezza… Tutte le citazioni sin qui addotte sembrano in sostanza asseverare la tesi della libertà e indipendenza della letteratura, che sfiora in volo le diverse discipline senza esserne risucchiata, che gioca a sconfinare e alterare la realtà fino all’arbitrio, quasi fiera della sua costituzionale parzialità e dell’attitudine a mentire. Se è vero, infatti, che rispetto alla storiografia essa si permette a volte, non senza una buona dose d’irriverenza, di bacchettare gli stessi storici, in specie quelli di scarso talento e poca autonomia, ciò non può certo significare che possa usurparne il ruolo. Capita piuttosto che alcuni letterati approfittino delle loro incursioni occasionali ma intense in qualche frammento di storia per segnalare qualcosa che non convince, per soffiare via un po’ di polvere da sopra le pagine. Ma resta il fatto che il loro prodotto è imitatio veri, e quindi nient’altro che fiction. Per tenere il piede nel terreno, o nel campo di battaglia, dei condottieri e dei capitani, si possono citare molti esempi di come la letteratura abbia dolosamente travisato i fatti e giocato a mascherare i personaggi. Mi viene in mente il colonnello Sartoris di William Faulkner, il campione di The unvanquished6, degli 6

W. Faulkner, Gli invitti, Torino 2003.

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Invitti, di coloro che con ostinazione lottarono contro il ribaltamento del mondo arcaico e chiuso, ma assai affascinante, del Sud americano. Si tratta di un campione che lo scrittore consegna al mito, e quindi all’immortalità, facendo della sua sconfitta una vittoria morale ed estetica che trascende la dimensione ragionevole degli eventi reali. Oppure penso ai Tre moschettieri di Dumas, un autore che si diverte a semplificare la storia e a renderla frivola e gioiosa quasi come un musical. Ma anche l’Ivanhoe di Walter Scott ha ben poco a che fare con la verità, giocando sull’intreccio fino all’iperbole e pretendendo di celebrare il trionfo della triade coraggio-altruismo-onestà in un contesto dove invece dominarono l’intrigo e la violenza. Un topos giocoforza comune fra storia e letteratura non può che essere la memoria. Ma anche qui è stata da molti sostenuta la tipicità della letteratura. Ad esempio Corrado Bologna, nell’analizzare la poetica dell’Ariosto, sottolinea che «il nuovo ariostesco sta nella prospettiva, nel punto di vista, garantito da quella ininterrotta arte del ricordare e del dimenticare». È perciò che questo grande autore «trascende la produzione cavalleresca con un meccanismo testuale-teatrale capace di produrre spazi immaginativi ed espressivi originali, conservando/abolendo tutto il passato sotto il segno della mutazione»7. Un concetto simile a questo lo esprime Maria Corti a proposito di Beppe Fenoglio: «A differenza dei memorialisti ha fatto della memoria l’uso che ne fanno gli artisti»8. 7

C. Bologna, Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, in Letteratura Italiana. Le opere, a cura di A. Asor Rosa, II, Dal Cinquecento al Settecento, Torino 1993, p. 337. 8 M. Corti, Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, in Letteratura italiana. Le opere, a cura di A. Asor Rosa, IV, Il Novecento, Torino 1996, p. 826.

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Dunque un’altra memoria, una memoria diversa: ricordata e dimenticata, rielaborata e inventata, quella che veniva chiamata dai latini virtus imaginativa. Una memoria che ispira il processo creativo ma non lo esaurisce né lo controlla. Lo dice con molta eleganza anche Bergson: «La mémoire ne nous présente plus notre passé: elle le joue»9. In effetti la memoria degli storici è tutt’altra cosa, anche se a volte si trovano momenti di contatto con la letteratura. C’è da dire per giunta che in questo contesto non vanno trascurati i sinceri travagli e le riflessioni autocritiche in cui si è fatto strada il dubbio, e poi la convinzione, che la ricerca dell’oggettività da parte della storiografia è un falso problema, poiché essa resta sempre e comunque interpretazione dei fatti e comparazione delle interpretazioni. La mia modesta opinione sul punto è che la storia non possa che tendere, almeno, verso la verità, con rigore e scientificità, e debba spiegare, documentare, rapportare, più che raccontare. La letteratura, al contrario, deve narrare, emozionare, trasfigurare, evocare, e a tal fine non può che avvalersi di orpelli e giocherellare con la verità e la memoria. Niente di strano, tuttavia, che perfino gli storici più autorevoli adoperino i testi letterari come fonti. Né si può eccepire nulla sul fatto che il testo storico possa adottare talvolta uno stile narrativo, com’è accaduto e accade di frequente, anche al di là di un modulo meramente divulgativo. Un esempio significativo di quest’ultima tendenza si può riscontrare proprio nel genere biografico, ivi comprese le biografie dei condottieri. Un dato che risale a Plutarco e Svetonio e che si manifesta anche oggi, come testimonia ad esempio l’ottimo lavoro del nostro relatore Duccio Balestracci su Giovanni Acuto10, o 9

H. Bergson, Matière et mémoire, Paris 1912, p. 28. D. Balestracci, Le armi i cavalli l’oro. Giovanni Acuto e i condottieri nell’Italia del Trecento, Roma-Bari 2003. 10

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anche, sullo stesso condottiero, la biografia romanzata dell’inglese Frances Stonor Saunder11. Ma i personaggi e le loro gesta spesso si scollano da ogni riferimento reale, dai fatti e dai dati, come accadde con la chanson de geste e poi nei vari Morgante, Orlando Innamorato, Orlando Furioso, in cui la ricostruzione storica cedette al mito, alla celebrazione dell’eroe e dell’avventura, all’etica, alla poetica e all’emotività. A un certo punto, però, ecco arrivare Torquato Tasso, che dissolve gli elementi costitutivi del poema epico mostrando la conflittualità dei fini e parlando crudamente, proprio come Tolstòj, di «infamia della guerra». Dalla celebrazione si passa alla smitizzazione, alla condanna. Un simile richiamo alla dura realtà trapela anche dal passo finale di Ivanhoe, a proposito della morte di Riccardo Cuor di Leone: «Il suo destino fu di farsi uccidere da una mano volgare presso un forte straniero. Il suo nome che fece tremare il mondo non serve ora che a dare una lezione di morale o ad ornare un romanzo»12.

Venendo più strettamente alle biografie dei grandi capitani, va rimarcato come anch’esse, soprattutto nel periodo umanistico e fino a tutto il Cinquecento, abbiano assunto la connotazione di un astuto marchingegno per avvincere il lettore e alimentare la visione mitica del protagonista, recuperando gli stilemi dell’epopea cavalleresca. Lo stesso Machiavelli non sfugge a questa tentazione nello scrivere la Vita di Castruccio Castracani (1520), per esempio allorché lo presenta come un trovatello, mentre era provvisto di regolari, benestanti e anonimi genitori. Si tratta, appunto, di trucchi per rendere più avvincente la biografia, per testimoniare la 11

2004.

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F. Stonor Saunder, Hawkwood: Diabolical Englishman, London W. Scott, Ivanhoe, Milano 1955, p. 284.

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vocazione innata dell’eroe. Il tema centrale è quello del destino, della “ventura” e della fortuna avversa, sempre capace di sconfiggere la virtù. Un esempio estremo di tale filone sono gli Elogi del Giovio (1575), che scadono nel panegirico e sconfinano nell’agiografia, conseguendo un «effetto santino laico», per prendere in prestito la simpatica espressione usata da Erminia Irace13. Come caso più recente si può citare il Compendio dei gesti di M.A. Sforza di Antonio Minuti (1869), pieno di richiami al romanzo cavalleresco medievale e contraddistinto da una forte drammatizzazione del racconto: un esempio eloquente di scrittura storica in chiave letteraria, con dimensione metaforica e distorsione della realtà. Un registro che Giuliana Crevatin ha definito «semistorico»14. Nella seconda metà del Cinquecento si colloca anche la biografia di Braccio da Montone ad opera dell’umanista Antonio Campano15, fra l’altro traduttore di Plutarco. Le tematiche sono quelle tipiche del tempo e del genere: pulsione simbolica, etica cavalleresca, lotta contro la fortuna avversa e contro un contesto storico sfavorevole, secondo un modello che si potrebbe dire prometeico. Ma più ancora dei canoni di genere bisogna tener conto della committenza. A circa cento anni dalla morte del Fortebracci, la biografia fu infatti affidata al Campano dalla famiglia Baglioni, e cioè da coloro che intendevano accreditarsi come gli eredi del grande condottiero. Ciò si spiega forse col persistere inquietante del mito 13

E. Irace, Itale glorie, Bologna 2003, p. 61. G. Crevatin, Vite vendute: biografie di capitani di ventura, in Condottieri e uomini d’arme nell’Italia del Rinascimento, a cura e con un saggio introduttivo di M. Del Treppo, Napoli 2001, pp. 227-241. 15 Iohannis Antonii Campani De vita et gestis Braccii, a cura di R. Valentini, in Rerum Italicarum Scriptores2, XIX/4, Bologna 1929. 14

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di Braccio, e magari con il desiderio di farsi perdonare di aver concorso a causarne la caduta, in combutta col suo nemico giurato papa Martino V, esponente della famiglia romana dei Colonna. Insomma, si ritiene di poter sostenere che dietro la commissione di quest’opera ci sia un astuto disegno politico, con direttive precise e inderogabili all’autore, le quali in molti casi gl’imposero di falsare il vero e dar forma di verità alle falsità. In quel momento storico i Baglioni rappresentavano il papa a Perugia. Era così da cent’anni, fin da quando, tre giorni dopo la sconfitta di Braccio all’Aquila, Martino V aveva affidato una sorta di reggenza a Malatesta Baglioni, che pur aveva combattuto fino a poche ore prima a fianco del generale montonese. Sì, mi sembra molto probabile che essi abbiano voluto liberarsi così di quello scomodo fantasma, fugando i dubbi sul loro tradimento e creando un eroe in stile cavalleresco. In parole povere, che abbiano inteso uccidere per la seconda volta il politico lungimirante e ambizioso che era arrivato molto vicino a realizzare il sogno di un Regnum Italicum. Un uomo col quale i Baglioni non potevano competere nonostante le loro mire decisamente ambiziose, tali da far parlare di una criptosignoria. Mi sembra lecito, inoltre, affermare che essi riuscirono nell’intento di neutralizzarlo, perché la biografia del Campano è restata l’unica opera organica e completa che abbia raccontato la vita del Fortebracci. Gli epigoni sono molti ma tutti di assai poca importanza, peraltro influenzati dalla ricostruzione dell’insigne umanista e decisamente acritici rispetto ad essa, tanto da poter affermare che si sono limitati a sunti o parafrasi, senza mai mettere in discussione la rappresentazione a volte capziosa che il Campano propone dei fatti. A parte ciò, esistono anche lavori di carattere antologico e compilativo, i quali, a loro volta, non fanno che riproporre la visione emergente da quella biografia cinquecentesca di Braccio. Tutto il resto è oblio, damnatio memoriae, secondo l’inesorabile volontà della Santa Romana Chiesa e dei suoi alleati. 87

Ritengo che quest’oblio continui a produrre i suoi effetti perfino oggi, anche a Perugia e nell’Università perugina, che pur avrebbe ogni interesse a valorizzare questa grossa risorsa offrendo un’analisi attenta e una ricostruzione significativa della personalità e del ruolo di Braccio. Speriamo che qualche provocazione (come può essere considerata anche la biografia ampiamente romanzata ad opera del sottoscritto)16 serva a ridestare l’attenzione su una figura che possiede una grandezza e un interesse oggettivi, rappresentando quanto meno il prototipo e l’anticipatore del Principe di Machiavelli, un simbolo vivente della transizione dal Medio Evo all’Umanesimo. Per conseguire questo fine a me pare indispensabile rimboccarsi le maniche e ricercare, facendo piazza pulita dei giudizi sommari e spesso moralistici, quando non dettati dalla sindrome dell’attualizzazione forzata e della strumentalizzazione politica. A me sembra fuori discussione che il Fortebracci sia stato un personaggio chiave nel corso della sua breve “era”. Senza dimenticare, su un versante più prettamente locale, che egli pone in essere l’ultimo tentativo significativo di dare alla città di Perugia una dimensione nazionale, sottraendola al provincialismo e anche a quello che in tempi risorgimentali verrà definito “il giogo pontificio”. Non posso però che riconoscere di essere un tifoso di Braccio, un “braccesco”, e perciò mi rendo conto che le mie affermazioni vanno prese col beneficio d’inventario. In molti mi hanno chiesto cosa mi ha spinto a scrivere di questo personaggio. In primo luogo è stato il fatto di averne scoperto lo spessore e il fascino leggendo e studiando di lui, mentre, come quasi tutti, mi basavo su un’idea stereotipa e 16

M. Rufini, Braccio da Montone. Vita d’un capitano di ventura, Roma 2003 (Vite Narrate).

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superficiale. Quanto agli altri fattori, spero mi sia perdonato di rinviare a quanto scritto dal critico Filippo La Porta17: «Si potrebbe dire che movente del romanzo, la sua più segreta e bruciante ispirazione, è l’amore dell’autore per la nobiltà, per il mondo cavalleresco, per i valori di lealtà, gusto, onore, grandezza d’animo, amor cortese etc. Insomma, si serve di un capitano di ventura così come Tomasi di Lampedusa si era servito del principe Fabrizio. E ancora: è un romanzo storico ma anche un romanzo “politico”. Il codice morale della nobiltà fu rifiutato dall’intera modernità, ma in quel modello di vita signorile, fondato su dissipazione ed eroismo disinteressato e disponibilità all’avventura si nasconde, tra l’altro, l’idea che non tutto si può comprare». A dimostrazione di quanto affermato in precedenza circa i fattori molteplici che quasi sempre hanno influenzato e falsato le opere di carattere biografico, ritengo interessante analizzare come il Campano ha raccontato la citata battaglia dell’Aquila, un episodio d’arme che vide sul campo tutto il gotha del mondo militare e politico del tempo. Braccio da Montone ci arriva al culmine della sua parabola, signore di Perugia e di moltissime altre città e castelli, governatore dell’Abruzzo, principe di Capua e conte di Foggia, padrone di un territorio che va dal centro a gran parte del sud della penisola, con terre in larga parte sottratte allo Stato della Chiesa. Egli non può che rischiare ancora e perseguire un fine totalizzante, deve dare battaglia di nuovo, pena l’accerchiamento e la distruzione, perché i suoi nemici preparano la controffensiva. In questo contesto la città dell’Aquila è da lui definita clavis regni, perché il Fortebracci punta niente meno che a essere il sovrano di un regnum italicum, che va dalla linea del Po a tutto il meridione, 17

F. La Porta, Braccio da Montone, in “Il Foglio”, 19 febbraio 2005, rubrica Una fogliata di libri.

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e dunque la “via degli Abruzzi” ha un valore strategico enorme, essendo l’arteria che collega centro e sud, visto che non è conveniente sfidare le terribili paludi Pontine. Qualcuno, come Ariodante Fabbretti, ha visto il montonese come un antesignano del Risorgimento, un Vittorio Emanuele II in anticipo di quattrocento anni. Certamente egli, ancorché ispirato da una concezione individualistica e personalistica del potere, ha sempre attribuito gran significato all’idea di patria. Braccio abbandonò i panni necessitati del mercenario per aspirare alla signoria, opponendosi alle “peregrine spade” e aggregando le “lance spezzate”, cioè quei cavalieri italiani che, come lui, andavano in cerca di un riscatto e si battevano per riconquistare le loro terre e il loro onore. Il nemico mortale di Braccio è quel papa Martino V che beneficia dell’appoggio dell’imperatore tedesco e dei grandi banchieri suoi elettori; colui che a Costanza è uscito vincitore dal concilio, ricomponendo il lunghissimo strappo dello Scisma d’Occidente. Il pontefice romano riesce a coalizzare contro il suo nemico una “crociata” ampia e determinatissima, che comprende i D’Angiò e la regina di Napoli, i Visconti, Venezia e tanti altri. Questo esercito è affidato al comando di Jacopo Caldora. Dopo molte schermaglie e un interminabile assedio della città dell’Aquila, che rifiuta ostinatamente di darsi al montonese, arriva il giorno della battaglia campale. Braccio non approfitta dell’infelice posizione e della stanchezza dell’esercito nemico, che egli potrebbe attaccare in luoghi separati e disagevoli in mezzo alle montagne, ma consente ad esso di allinearsi tranquillamente nella pianura. Questa scelta tattica si spiega con la volontà del condottiero di conseguire una vittoria unica, totale e finale, catturando i più rinomati uomini d’arme italiani e stranieri per poi gestire il loro riscatto economicamente e politicamente. C’è chi afferma, però, che essa irritò vari capitani alleati del Fortebracci: il Campano asserisce che proprio per questo si sarebbe generato un dissidio insanabile. 90

Ma egli imputa questa rottura anche ad altri fattori, come l’incrudelirsi eccessivo delle rappresaglie e il rischio troppo alto della sfida contro Martino. Ritengo invece assai probabile che alcuni, o molti, dei capitani del Fortebracci fossero pronti a tradirlo il giorno della battaglia. Chi semplicemente per soldi e chi, come i Baglioni, per la volontà di strappargli il potere. Ci sono molti sintomi che depongono in tal senso, fatti e non meri giudizi: – Niccolò Piccinino, il braccio destro, viene destinato inopinatamente a un compito di mero contenimento davanti alle porte dell’Aquila, onde evitare una sortita dei cittadini, ed è così sottratto al vivo della battaglia; – due compagnie, quelle dell’Orsini e del Contelmo, abbandonano il campo appena la battaglia comincia; – la fanteria, attestata sui passi sovrastanti, non si muove quando viene chiamata a intervenire per assestare il colpo definitivo a un Caldora già messo in gravissima difficoltà dalla celeberrima cavalleria di Braccio (il Campano non riesce a inventarsi di meglio che l’impossibilità di udire gli squilli di richiamo a causa del gran rumore, o di scorgere i segnali di sollecito per il polverone alzato dai contendenti); a ciò si aggiunga che la fanteria medesima resta immobile fino all’epilogo, assistendo impassibile dall’alto alla rovinosa sconfitta dell’esercito braccesco; – il Piccinino, contravvenendo agli ordini di Braccio, abbandona il presidio della città, consentendo a migliaia di Aquilani, inferociti da mesi e mesi d’assedio, di precipitarsi contro i bracceschi prendendoli tra due fuochi (anche qui diverse e contraddittorie le giustificazioni offerte dal Campano: il Piccinino avrebbe inteso soccorrere Braccio una volta vistolo in difficoltà; o, al contrario, avrebbe voluto partecipare alle fasi finali della vittoriosa battaglia per trarne adeguato profitto). A convalidare la validità della tesi del tradimento e della “battaglia sporca”, intervengono svariate circostanze successive 91

alla sconfitta. Ecco le più eclatanti: tre giorni dopo lo scontro dell’Aquila, come già accennato, Malatesta Baglioni, presente lì come alleato numero uno di Braccio, viene nominato dal papa reggente di Perugia; dopo due o tre mesi, sia il Piccinino che il Gattamelata agiscono tranquillamente al soldo di Martino V; Ruggero Cane Ranieri viene espressamente richiesto dal pontefice come capo della delegazione perugina da inviare a Roma per trattare le condizioni della resa di Perugia e della restaurazione papale (non va dimenticato che il valoroso condottiero aveva avuto in moglie una Colonna nipote del papa); poco tempo dopo la restaurazione papale a Perugia, durante una campagna in appoggio dei Fiorentini, Oddo Fortebracci, sedicenne figlio naturale di Braccio e suo successore designato, dopo essere stato attirato in un agguato, viene ucciso e addirittura fatto a pezzi, benché (o proprio perché) sia stato affidato alla tutela di Niccolò Piccinino. Tutto ciò premesso, mi sembra di poter ribadire ancora una volta che, anche nel caso di Antonio Campano e del Fortebracci, la biografia appare viziata da fattori devianti, quali la volontà e il disegno della committenza, oltre all’omaggio di maniera ai parametri di un genere che tende al romanzesco ed al cavalleresco. Si tratta certo di un’opinione, per di più espressa da un profano, ma credo non si possa escludere che una visitazione sia pure episodica e frammentaria, ma senza preconcetti, sia sufficiente a consentire di comprendere alcuni eventi e le loro relazioni, anche semplicemente adoperando il buon senso. In conclusione mi pare di poter riaffermare che, da un lato, lo storico può esprimere un contenuto e dei valori artistici pur mantenendo il rigore della disciplina scientifica, mentre, dall’altro, non è escluso che il letterato possa offrire qualche elemento di valore scientifico e far luce su aspetti delle vicende storiche rimasti in ombra. Tuttavia, una volta analizzate alcune ipotesi di commistione fra la scienza storica e il genere letterario, non posso 92

che ribadire l’opinione che la letteratura esprima la sua specificità fondamentale in quanto arte. Qualcosa, cioè, che si affida alle emozioni e alla bellezza, qualcosa che attiene all’estetica e che si nutre dell’umana verità, del vissuto personale dei personaggi, ma li trasfigura. Insomma, un’arte che risulta miracolosamente capace di toccare temi universali raccontando vicende anche minime, parlando di amore, di cibo, abbigliamento, mentre eventi e personaggi “titanici”, quelli che magnetizzano prima la cronaca e poi la storiografia, rimbombano in lontananza e sullo sfondo. Italo Calvino così si esprime a margine del romanzo Il partigiano Johnny: «Durante la guerra partigiana le storie appena vissute si trasformavano in storie raccontate la notte davanti al fuoco»18.

Ecco, Fenoglio parte da questa oralità spontanea e la trasfigura radicalmente attraverso la sua immaginazione e una sua personalissima lingua. «Il metodo di lavoro di Fenoglio consiste in un processo di estrazione dalla serie dei fatti osservati direttamente, o uditi narrare, di alcuni su cui fissarsi staccandoli a poco a poco dal contesto»19.

È ciò che Sklovskij conferma allorché dice che lo scrittore «prende le distanze dai contenuti del reale nell’atto dello scegliere il punto di vista da cui narrare»20. Tutto quello che, sia pure con frammentarietà e difetto palese di attendibilità scientifica, ho esposto finora, appoggiandomi tuttavia su citazioni di autori e critici, sembra potersi ricondurre a un modulo sintetico e sommario che vuole 18

I. Calvino, Prefazione, in Id., Il sentiero dei nidi di ragno, Torino

1976, p. 8. 19 20

Corti, Il partigiano Johnny, p. 822. V. Sklovskij, Una teoria della prosa, Bari 1966, p. 71.

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comunque netta la distinzione tra storiografia e letteratura, scoraggiando le commistioni facili e commerciali come anche le tentazioni della vanità, i letterati con pretese da storici e i professori civettuoli che vorrebbero farsi artisti. Ciò non esclude, tuttavia, che le due sfere, ferma restando la loro differente identità, possano trovare momenti d’interazione virtuosa e siano comunque inclini a una sorta di complementarietà, che ha dato e può dare esiti estremamente interessanti.

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